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Recensione: Il tavolo del faraone di Georgette Heyer


Georgette Heyer per me, finora, era solo una leggenda di cui avevo letto pochi capitoli in giro. Una mia inammissibile mancanza, lo confesso. Finora.
"Il tavolo del faraone" [Astoria] - il titolo originale è Faro's Daughter - è il mio battesimo Heyer e, da amante del romance storico, non potrei essere più entusiasta.
C'è tutto: l'ambientazione in Inghilterra durante il periodo della Reggenza, la nobiltà dei personaggi, gli equivoci, l'ironia, lo spirito arguto dei dialoghi. 
Devo riconoscere alla traduttrice Anna Luisa Zazo l'enorme merito di aver conservato tutte queste caratteristiche heyeriane, perché vi assicuro che non è per niente facile riportare in un'altra lingua dei tratti così particolari di una storia che, in definitiva, la rendono il capolavoro che è.

Mi sono trovata, così, immersa completamente nelle vicende che hanno costretto Deborah Grantham a lavorare in una casa da gioco tenuta, suo malgrado, dalla zia, Eliza Bellingham. È nella casa di St James's Square che il giovanissimo lord Adrian Mablethorpe si invaghisce di lei tanto da volerla sposare. Né sua madre, né suo cugino e curatore patrimoniale Max Ravenscar possono tollerare che un'arrampicatrice sociale metta le mani sul rampollo e, soprattutto, sul suo patrimonio. Inizia così una sciarada di eventi, offese, stratagemmi e sguardi troppo profondi per non significare un interesse diverso da quello apertamente dichiarato.

Ora che l'universo di Georgette Heyer è entrato nella mia libreria, sono sicura che questo sarà solo il primo di tanti libri che vorrò leggere. Non mi stancherò mai di crinoline e delle rigide regole della società inglese!
Leggete anche voi "Il tavolo del faraone" se avete voglia di andare a braccetto con le signorine del Ton per i saloni dei palazzi aristocratici e ascoltare i discorsi di gentiluomini arguti e frizzanti: Georgette Heyer è una maestra in questo gioco!

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