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Recensione: C'era una volta a New York di Cecile Bertod


Quando mi viene voglia di leggere un romance storico, cerco sempre di accontentare l'esigenza di avere sotto gli occhi una bella storia, scritta bene, con il giusto romanticismo ma che non mi faccia mancare una dose di ironia e brio tale da sentire i personaggi, lontani nel tempo storico, più vicini a me.

Ormai so dove dirigermi quando ho bisogno di trovare tutte queste caratteristiche e, nel caso, rileggo con piacere i libri che già ho. Da qualche tempo, però, attendevo una novità che si è rivelata molto piacevole e perfettamente in linea con quello che mi aspettavo: un romanzo storico firmato da Cecile Bertod.

L'autrice - che ho scoperto in self publishing e non ho più smesso di leggere - è maestra di fine ironia nei romance contemporanei e, a quanto pare, non lesina l'ingegno nemmeno negli storici.
"C'era una volta a New York" [Newton Compton Editori] è il primo romanzo dell'autrice, quello tenuto nel cassetto finora e che ha dato vita al nom de plume che poi ha adottato per firmare i suoi lavori successivi. Sì, perché la contessa Sophie Riou, in origine era proprio Cecile Bertod, ma per uno scambio tra la vita e la carta, ora ognuna sembra aver conquistato il suo posto.

Veniamo alla trama. La contessa Sophie Riou farebbe di tutto per conquistare un marito che la sollevi dalla penosa condizione di zitella. È per questo che va dal noioso e codardo ambasciatore Besson per annunciargli che finalmente ha deciso di accettare la sua proposta.

Sì, perché Mademoiselle Riou aveva molti difetti, 
ma tra questi non rientrava il sentimentalismo.

Mentre è nel salotto dell'ambasciatore, però, intenta a non cadere morta di noia dalla poltrona, irrompe un uomo in divisa che, qualificandosi come un suo amante, la accusa di aver abbandonato loro figlio chissà dove e pretende che lo porti immediatamente dal bambino.
Sophie viene così sottratta con la forza, senza che nessuno si opponga in qualche modo, e trascinata in una rocambolesca avventura che approderà sul Coraline, il transatlantico in partenza da Marsiglia in direzione New York. Ma chi è l'uomo che l'ha rapita? E, soprattutto, perché?
Xavier Lesage è "l'uomo intelligente più stupido" in circolazione ed è proprio a causa di questa stupidità che si caccia in situazioni impossibili, da cui non riesce ad uscire se non commettendo qualche reato. Contro la sua volontà, si capisce, ma sempre reati sono.

Poteva esserci dignità e decoro in molte ambigue posizioni, 
ma non in quella di zitella.

Un'accoppiata improbabile tra una contessa in cerca di marito e un mascalzone buono di cuore viene resa non solo possibile, ma addirittura auspicabile grazie alla scrittura frizzante di Cecile Bertod.
Una scrittura fluida e piacevole che salva la trama anche nei punti in cui sembra un po' girare su se stessa e rende godibile anche il personaggio femminile, forse descritto un po' superficialmente, tanto che non sono riuscita ad affezionarmici. Cosa, invece, che mi è stata facilissima con il personaggio di Xavier, multisfaccettato, arguto, caratterizzato a tutto tondo.

"C'era una volta a New York" è un romance storico con qualche pecca, bisogna riconoscerlo - in quale epoca è ambientato esattamente? - ma non tali da annullare la piacevolissima ironia della scrittura di questa autrice. Da leggere e rileggere.

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