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Nero Dostoevskij di Antonio Mesisca


La letteratura russa ha sempre posseduto, per me, un fascino irresistibile e, a dir la verità, inspiegabile. 
Irresistibile perché, di fronte a uno dei suoi grandi autori, io mi prostro sempre e finisco per comprare il libro, poi mi ci immergo anche e passo i pomeriggi a snocciolare sulla lingua i patronimici che mi fanno impazzire.
Inspiegabile perché, sinceramente, molte volte non riesco a immedesimarmi nei personaggi, se non per le passioni fortissime, il senso dell'onore radicato o quel misto tra gioia e profondissima malinconia. Non so. Sta di fatto che Dostoesvkij e io ci siamo sempre guardati con rispetto, ma non siamo mai andati oltre letture sporadiche e quasi clandestine.

"Nero Dostoevskij" di Antonio Mesisca (Scrittura & Scritture) ha poco in comune con la letteratura russa, se non forse i sentimenti profondi che suscita nel lettore. Primo fra tutti, il desiderio di dare una bella scrollata a Oscar Peretti, il protagonista della storia ma, soprattutto, l'antagonista di se stesso.
Dalle primissime righe del libro, Oscar vi farà prudere le mani e pian piano capirete che il casino - casino o casinò, visto il vizio del gioco - che è la sua vita ha un senso che quasi sicuramente vi sfuggirà.

Antonio Mesisca costruisce un personaggio negativo in maniera così perfetta che diventa godibile nonostante il fastidio che potrebbe causarvi. Sì, perché Oscar dà fastidio a parecchie persone, forse si dà fastidio anche da solo, ma non riesce a cambiare, se non passando dal peggio al nero più profondo. Nero Dostoevskij, appunto.

Oscar è un uomo che, grazie al matrimonio con una donna di cui ama solo il cospicuo patrimonio, fa la bella vita. Ma, come tutti i dannati dentro, non gli basta. Rincorre i brividi anche mettendo in pericolo la propria vita e se sperate in un pentimento, in un cambiamento di rotta, in qualcosa insomma, siete degli ingenui.

Non lasciatevi ingannare, però. L'autore vuole bene a questo personaggio. Lo testimonia la sua scrittura senza sbavature, netta come il taglio di un bisturi e altrettanto pericolosa. Sì, perché alla fine vi sentirete nei panni di Peretti e vi sembrerà che tutto è concesso per salvarlo/vi.
In fondo, "the dark side of the moon" non è poi così brutto come lo descrivono i moralisti.

E Dostoevskij? Lui è sempre presente, dall'inizio alla fine, in un incastro perfetto e geniale che Antonio Mesisca crea tra il suo romanzo e quelli dello scrittore russo. Un incastro un po' diabolico. E nero, sì, nero come l'inferno.

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