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Tutte le mattine di Ramona Granato


Tutte le mattine Rosa Amanzia prendeva il tram.
Da quasi quindici anni, ogni giorno, tranne il sabato e la domenica, si recava al lavoro: lo stesso lavoro di suo padre, nello stesso ufficio occupato da lui per quarant’anni. 
Rosa Amanzia era uno degli ultimi esemplari di lavoratore italiano a essere subentrato al genitore nella stessa mansione e nella stessa azienda. Era anche uno degli ultimi italiani ad aver avuto un contratto a tempo indeterminato, il famoso e leggendario posto fisso, trasformando lei stessa, Rosa Amanzia, in un essere leggendario, anche se tutt’altro che famoso.

Ogni mattina Rosa Amanzia, alla stessa ora, saliva alla fermata che distava sette minuti dal portone di casa sua e alzava la testa solo dopo aver salito i due gradini all’entrata del tram, per controllare se c’erano posti a sedere. Pure se c’erano, Rosa Amanzia si aggrappava al corrimano alto, sempre allo stesso posto, all’altezza degli stessi finestrini, guardando fuori gli stessi palazzi e gli stessi semafori di sempre.
Si aggrappava per sostenersi e pure un poco per abitudine. Appoggiava il peso su una gamba mentre con l’altra ticchettava una volta di tacco e una volta di punta sul pavimento sbrecciato e sudicio già di prima mattina. Oscillava alle frenate e lasciava dondolare il braccio con in fondo la borsa di cuoio coi documenti.

Sentì che qualcuno si era fatto più vicino, nella folla che cercava un proprio ritmo per rimanere in equilibrio. Ebbe appena il tempo di contare fino a dieci e una mano si strinse sulla sua, sul corrimano. Puntuale. Come se non ci fosse stato altro spazio sulla barra di ferro.
Un gesto che sembrava casuale ma che si ripeteva, puntuale, ogni mattina. Tranne il sabato e la domenica.

Il nome di Rosa Amanzia conteneva amore e si chiamava così per amore: quando era nata lei, c’erano state delle complicazioni per sua madre che fu sicura che non avrebbe avuto altri figli, dopo quel frugoletto vivace tutto rosa e con grandi occhi azzurri. E così, non volendo scontentare nessuna delle due nonne, avevano deciso di unire i due nomi, così belli e delicati già da soli, ma che insieme creavano un suono armonioso e poetico. I suoi genitori stavano insieme da 50 anni e si amavano ancora come il primo giorno. Amavano anche lei, questo Rosa Amanzia non poteva negarlo, ma in quell’intesa che passava tra di loro, lei non era inclusa. 
A volte, Rosa Amanzia pensava che tutto l’amore che meritava, nella vita, era già stato assorbito dal suo nome e che quindi non ne avrebbe avuto altro. Gli anni di solitudine, poi, le avevano dato ragione.
Ma ora sentiva un battito nel petto che, nei giorni festivi - quando le urlava più forte che mai quell’ostinato silenzio nel cuore -, le faceva rimpiangere i viaggi in tram.
Rosa Amanzia saliva, prendeva posto in piedi, appesa alla sbarra e, dopo pochi secondi, una mano andava a coprirla.

Tutte le mattine Rosa Amanzia combatteva un secondo contro il fastidio che provava a quell’invasione, che poi, non appena riconosceva chi era, svaniva.
Era una mano forte, dal palmo ampio e le dita lunghe, leggermente ruvide. Da lavoratore, pensava Rosa Amanzia, mentre cercava di controllare il cuore in tumulto.
E poi era una mano calda. Rosa Amanzia aveva sempre le mani, se non fredde, tendenti al fresco, e il contatto con quel calore sconosciuto, la faceva sempre sussultare, tutte le mattine.
La sua mano riconobbe l’altra mano senza che si fossero mai presentate veramente, senza che alla stretta fosse associato un nome, un sorriso o un tono di voce.

Come faceva ogni mattina, Rosa Amanzia si spinse leggermente all’indietro, senza però toccare la persona che stava alle sue spalle: le giunse alle narici un soffio del suo odore, fatto di dopobarba e umori maschili, caffè, forse anche un lieve sentore di tabacco. Chiuse gli occhi, inspirando.
Immaginò come sarebbe stato servirgli il caffè la mattina, osservare quella mano grande prendere la tazzina e portarsela alle labbra. Quella stessa mano che poi avrebbe intrecciato le dita alle sue, mentre andavano insieme a prendere il tram.
Quando riaprì gli occhi, Rosa Amanzia colse il sorriso di lui, gli occhi scuri guardavano fissi davanti a sé, seguendo i movimenti della strada fuori. Ma il sorriso, quello era tutto per lei.

Rosa Amanzia ebbe appena il tempo di arrossire, quando una frenata le fece perdere l’equilibrio e spezzò in un attimo quel velo che separava sempre i loro due corpi che, in quel primo contatto, stridettero come i freni del tram sulle rotaie.
All’improvviso il calore della sola mano sulla sua si moltiplicò per dieci, cento, mille volte, in tutte le direzioni del corpo, e Rosa Amanzia trattenne il fiato.
Non se n’era accorta ma aveva mollato la sbarra e ora, se stava in piedi, era perché l’uomo di cui conosceva solo la mano la stava sostenendo. Anzi, la stringeva proprio, ben salda contro di sé con il braccio libero, quello che Rosa Amanzia non aveva mai considerato esistesse in tutte quelle mattine in cui aveva conosciuto solo la sua mano.

Nel trambusto, Rosa Amanzia si era girata e premeva quasi il volto contro il petto dell’uomo. Ora era dentro la fonte dell’odore di dopobarba e caffè e forse sigaretta. Sentiva anche il suo respiro caldo sulla fronte. Sentiva che stava sorridendo e, nonostante il tram avesse ripreso la sua corsa con i passeggeri tutti al proprio posto, lui continuava a stringerla.
Rosa Amanzia si decise a sollevare la testa.

Lo aveva sempre immaginato più anziano, forse perché la sua mano le dava la sicurezza che solo suo padre era riuscito a darle in vita sua. E invece era giovane, il volto incredibilmente aperto e sorridente, con solo le rughe attorno agli occhi a testimoniare che si avvicinava troppo alla quarantina per considerarsi ancora un trentenne.
«Finalmente» le disse. Anche la voce era profonda e calda, leggermente ruvida, come la sua mano.
Rosa Amanzia arrossì fino ai capelli e in diverse altre parti del corpo.
Ebbe solo la forza di annuire.
«Pensavo ai paradossi della vita – continuò lui con tutta calma, senza accennare ad allontanarla da sé -. Di come una frenata, ha fatto accelerare i nostri destini». 
E il mio cuore, pensò Rosa Amanzia.
Ebbe un sussulto non appena si accorse che aveva dimenticato di contare le fermate e, guardando fuori dal finestrino, si rese conto che avevano superato il suo ufficio da un pezzo.
Rosa Amanzia fece quello che non aveva mai fatto in vita sua: si sentì leggera.
Era tra le braccia dell’uomo la cui mano le aveva fatto compagnia per mesi e mesi di viaggi in tram. Un uomo che sembrava avere un problema a lasciarla andare.
«Finalmente».
E sorrise.

©Ramona Granato 2015. Tutti i diritti riservati.



Dopo tanti post e recensioni, leggere il mio nome nella stringa là in alto mi fa un certo effetto.
Così come mi emoziona tantissimo presentarvi questo mio racconto che apre la raccolta intitolata «Semi» con cui ho partecipato al Premio Calvino l'anno scorso. 
Non so ancora se questa raccolta diventerà mai pubblica, ma per festeggiare il terzo compleanno di Leggimi nel pensiero ho pensato che farvi leggere un mio pensiero più lungo (e sognante) fosse il regalo ideale per l'attenzione che mi dedicate ogni giorno. O tutte le mattine, in alcuni casi.

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