Passa ai contenuti principali

Non basta avere una casa per essere una casa editrice...


A volte mi fermo a pensare alle cose che vedo in giro e non capisco.
Non capisco se sono io a non aver capito cos'è una casa editrice o se sono gli altri a non avere le idee chiare.

C'è da dire, però, che nel dubbio preferisco non fare guai o, quanto meno, informarmi prima.

In dieci anni di - onorata? - militanza nella carta stampata (e non) mi è capitato di vedere cose che non stanno né in cielo né in terra. 
Come ad esempio un tipografo che si improvvisa editore e, dal momento che le riunioni le fa a casa sua, diventa casa editrice [sic!].

Ultimamente, poi, di case editrici - o presunte tali - ne vedo tante, forse troppe. Tanto che, ad un certo punto, mi sono chiesta cosa ci fosse di strano.

Cosa c'è di strano in una casa editrice che, non ti chiede soldi per pubblicare, ma ti chiede di comprare un determinato numero delle copie del tuo libro?

Cosa c'è di strano in una casa editrice che ti chiede di comprare i suoi libri in catalogo per valutare la tua opera inedita e, più compri, più velocemente ti giungerà il giudizio?

Cosa c'è di strano in una casa editrice che si dimostra disponibilissima a pubblicarti, che anzi ti invita a collaborare e poi, dopo averti inserito in un'antologia senza farti firmare niente - figurarsi darti un compenso - ti fa gentilmente capire che, se vuoi leggere il libro, te lo devi comprare perché non "regalano" nemmeno la copia agli autori che hanno contribuito a crearlo, quel benedetto libro?

Cosa c'è di strano in una casa editrice che non ti chiede niente, ti fa firmare pure un contratto, ti pubblica con tutti i crismi e poi... non ti promuove?

C'è da notare che in tutta questa mia ricerca non ho mai nominato nemmeno di sfuggita l'editoria a pagamento (benché l'editore/tipografo si faccia pagare per le stampe... e perché no, scusa? tu vai in tipografia e non vuoi pagare? mi sembra logico... o no?).
Perché, in effetti, queste realtà che amano definirsi case editrici, apparentemente non chiedono soldi.

Per una volta, sono uscita dai panni della giornalista e della blogger per mettermi in quelli di tutta quella miriade di persone che scrivono e sognano di essere pubblicate, un giorno. E si trovano a confrontarsi con realtà come queste che vi ho descritto.

Così, quasi senza rendermene conto, mi sono trovata a pregare che quelle case editrici, quelle vere, magari quelle piccole e dignitose, ma che ci percepisci la passione anche a km di distanza, quelle che ti danno tutto quello che possono e anche di più. Ecco, ho pregato che quelle case editrici là continuassero a vivere, in piena salute, per altri mille anni.

E se domani dovessi avere un libro nel cassetto, busserei anche - o, forse, soprattutto - alle loro porte, sperando che mi aprano.

Commenti

Ti potrebbero interessare anche:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Post popolari in questo blog

Recensione: Il purgatorio dell'angelo di Maurizio de Giovanni

Ogni volta che viene pubblicato un nuovo libro di Maurizio de Giovanni, attorno alla storia fiorisce sempre un affetto difficilmente descrivibile.
Da quando nel 2007 è uscito il primo libro del commissario Ricciardi, l'amore per questo personaggio e per le sue vicende nella Napoli degli anni '30 è andato crescendo a dismisura.
"Il purgatorio dell'angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi" [Einaudi] è stato annunciato come il penultimo capitolo della serie e non c'è verso di farsene una ragione.
Al contrario, adesso si cerca di gustarsi ogni pagina con ancora più trasporto.
Io sono nel gruppo degli inconsolabili ma la trama è strutturata in maniera tale da guidare il lettore verso una naturale conclusione.

In questo libro siamo a maggio e a Napoli avviene un delitto che tocca quello che è da tutti considerato un angelo: padre Angelo De Lillo viene trovato morto su una scogliera a Posillipo, poco lontano dal convento dei gesuiti dove vive e insegna. Se t…

Recensione: Il tavolo del faraone di Georgette Heyer

Georgette Heyer per me, finora, era solo una leggenda di cui avevo letto pochi capitoli in giro. Una mia inammissibile mancanza, lo confesso. Finora. "Il tavolo del faraone" [Astoria] - il titolo originale è Faro's Daughter - è il mio battesimo Heyer e, da amante del romance storico, non potrei essere più entusiasta. C'è tutto: l'ambientazione in Inghilterra durante il periodo della Reggenza, la nobiltà dei personaggi, gli equivoci, l'ironia, lo spirito arguto dei dialoghi.  Devo riconoscere alla traduttrice Anna Luisa Zazo l'enorme merito di aver conservato tutte queste caratteristiche heyeriane, perché vi assicuro che non è per niente facile riportare in un'altra lingua dei tratti così particolari di una storia che, in definitiva, la rendono il capolavoro che è.
Mi sono trovata, così, immersa completamente nelle vicende che hanno costretto Deborah Grantham a lavorare in una casa da gioco tenuta, suo malgrado, dalla zia, Eliza Bellingham. È nella casa…