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Dove le strade non hanno nome di Angelo Carotenuto

La similitudine è roba per dominatori. Per chi ha avuto corone, scettri e province da amministrare. Ma noi? I dominati, come noi napoletani, non sanno maneggiarla. Perché non prevede l'inchino. A noi dominati si addice il paraustiello. [...] Il paraustiello è un lungo giro intorno alle parole, non ha l'esigenza di un comando. Ha solo un imperativo. Deve lasciare un finale aperto.
Il paraustiello è uno strumento tipico non solo del linguaggio napoletano, ma è proprio del pensiero napoletano. A volte si gira attorno ad un punto, si procrastina, e si lascia che decanti fino a che raggiunge il giusto grado di maturità, fino al finale che di solito lascia tutto lo spazio all'immaginazione e, allo stesso tempo, alla cruda realtà.
Ci sono vite costruite sul paraustiello e, non di meno, posseggono anche per questo tutta la varietà della vita che si pregia di chiamarsi tale.

Angelo Carotenuto ha costruito il suo libro "Dove le strade non hanno nome", edito da Ad est dell'equatore sul paraustiello. O almeno, io ho letto la struttura al contrario del libro come un voler temporeggiare sullo svelare una verità che, sappiamo già, non ci farà piacere sapere.

Quando ho aperto il libro, il primo capitolo dove si capisce chi muore, chi campa e chi vegeta mi è sembrato senza senso. Il primo pensiero è stato: "Sì, ma allora?!" e il mio cervello ha iniziato a protestare.
Poi, però, arrivata al secondo capitolo - che era datato un giorno prima dell'ultimo - alcuni punti hanno iniziato ad essere più chiari, alcuni personaggi ad essere più definiti e le situazioni mi sono sembrate meno improbabili. E così fino all'ultima pagina del libro, dove il finale è un inizio e, allo stesso tempo, una fine (dovrete scoprire voi di cosa e di chi).

Le strade che non hanno nome, nel libro di Carotenuto, sono quelle della canzone degli U2 "Where the streets have no name" - che nel 1993, anno in cui sono ambientate le vicende della trama, sono in concerto a Napoli -, ma sono anche quelle di Napoli, o meglio, quelle che dovrebbero essere quelle di Napoli, per poter cancellare i pregiudizi che si incollano addosso alle persone a causa del nome della strada in cui sono nati o vivono. Si incollano perché ce li incollano gli altri e perché ce li incolliamo da soli, come se avessimo bisogno di un'immagine in cui credere, di un nome affisso sul muro per farci recapitare i pensieri.

Angelo Carotenuto è napoletano ed è giornalista [Il Puliciclone è il suo blog su Repubblica], uno che con le parole, insomma, sa averci a che fare. Ed è in virtù di questa capacità che vi lega al libro, che vi fa desiderare di leggere per capire dove tutta la storia ha avuto inizio.

Ripensandoci ora, la capacità che più mi sento di riconoscere a Carotenuto è quella di costruire i personaggi in una maniera che risulta così completa partendo dalla fine. O, forse, proprio perché parte dalla fine, i personaggi risultano perfettamente compiuti, cerchi senza sbavature. Come se ballando il tango, partiste dalla posizione di casqué, oppure mangiando un dolce iniziaste leccandovi le dita.

Oppure, come se leggendo un libro partiste dalla fine o come se, parlando di Napoli partiste dai pregiudizi...


Vi lascio la canzone degli U2 che fa da sottofondo al libro e che ho ascoltato mentre scrivevo questa recensione.
E la risento in mente ogni volta che anche io vorrei che le strade non avessero nomi e che il pregiudizio - sia quando associato alla condizione sociale, sia quando associato ad una città, sia quando associato ad un libro - perdesse il significato che troppo spesso gli diamo.

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