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Come si sceglie un libro vincente ad un premio letterario? Confessioni di un giudice...


Il mio sogno - come forse quello di molti lettori appassionati/ossessivi - è quello di essere pagata per leggere.

[qualcuno potrebbe dire che leggere è già un pagamento (e io sono d'accordo!), ma viviamo in una società in cui il fruttivendolo o il salumiere non accettano degli aforismi tratti dai vostri libri preferiti in pagamento della merce che vi danno, e quindi...]

Una rondine può pure non far primavera, ma i premi letterari sì.
In questo periodo, fioriscono più dei mandorli. Siano essi italiani o esteri, i premi letterari, a mio parere, hanno il pregio di portare alla mia attenzione libri che magari, diversamente, non avrei potuto conoscere.

A noi arriva solo il risultato finale, però, e allora si parla di equilibri tra le case editrici, di spinte politiche/sociali/amorose, si insinua di raccomandazioni e chi più ne ha più ne metta.
Quello che, però, spesso non consideriamo è il lavoro che porta a quel risultato.
Sebbene esistano davvero equilibri da mantenere e spinte da assecondare, ci sono anche (e soprattutto) dei giurati che leggono una cifra (variabile) di testi e che, alla fine, ne sottopongono una selezione alla votazione finale.

Mi è capitato di leggere questo articolo che potrebbe tradursi come "Confessioni di un giudice letterario". 150 libri da leggere in 8 mesi (per il Man Booker Price), ma Natalie Haynes ha partecipato anche ad altre giurie con minor carichi, ma in ogni caso, l'ammonto è notevole.
La Haynes confessa di avere a stento il tempo per dormire e di sfruttare ogni momento - dai viaggi in autobus all'attesa in coda alla cassa, passando per gli intervalli al cinema - per tirare fuori un libro e andare avanti di qualche pagina.

[c'è chi lo fa abitualmente, senza essere giudice di nessun premio letterario, senza ansia. Ogni riferimento a persone realmente esistite/scriventi...]

La vera e propria tortura, in realtà, risiede nel fatto di non poterne parlare con nessuno: ogni giudice può parlare di quei libri solo con gli altri giudici perché, non essendo ancora state annunciate le candidature, non possono dare indizi.
Una cosa che mi ha fatto sorridere, nel racconto della Haynes, è che per leggere tutti questi libri "imposti", lei non riesca a leggere i libri di cui tutti parlano e che davvero vorrebbe leggere in quel momento.
«Tutto questo non ha impedito agli editori di continuare a mandarmi libri, allegando una simpatica nota che suggerisce che quelli possano essere una piacevole pausa dalle letture del premio. Sono tentata di rispondergli che il tempo per leggerli lo sto già usando per dormire...».
La domanda che mi sono spesso posta, di fronte al risultato finale di un premio, dove a volte non riesco a capire perché quel libro un po' frou frou e di cui ho già dimenticato la trama e gli snodi fondamentali ha vinto, mentre quell'altro che è unanimemente riconosciuto come un capolavoro no, è:

Come si fa a decidere che un libro ha più meriti di un altro? Come si fa a scegliere tra una grande storia e una grande prosa?
«Non scelgo tra una grande storia e una grande prosa, perché per me il miglior libro è quello che le ha entrambe. Una bellissima scrittura non è sufficiente se non c'è una bella storia che mi faccia venire voglia di girare pagina ancora e ancora per sapere cosa succede dopo. Io non giudico le frasi da sole, ma voglio un libro che mi faccia perdere nel suo insieme, personaggi di cui mi importi (che non è la stessa cosa che dire personaggi che mi piacciano) e una storia che si risolva perfettamente. Frasi bellissime intrappolate in un libro noioso non avranno lo stesso effetto».
Sarebbe bello poter raccogliere anche l'esperienza di un giudice di un premio letterario italiano...

In ogni caso, non ho cambiato idea - sul fatto di sognare di essere pagata per leggere - anzi!
Se qualche giudice volesse aiuto nel leggere i libri, o dopo non sapesse cosa farsene, basta contattarmi... 

Commenti

  1. La dichiarazione della Haynes mi sembra condivisibile, un buon libro deve avere sia una prosa impeccabile (che non significa, neccessariamente, tradizionale, ma solo adatta al contenuto, oltre che, ad eccezione di casi molto speciali, corretta) e, insieme, una grande storia: se un testo abbonda del primo fattore ma manca del secondo o viceversa non rientra nel mio canone di "qualità", ma è evidente che non sono un prestigioso giudice letterario!
    Quanto all'essere pagati per leggere, sarei pronta anch'io a metterci la firma, però comprendo che leggere quasi esclusivamete per lavoro, come credo capiti a giudici e agenti editoriali particolarmente affermati, possa diventare anche sgradevole e limitante... est modus in rebus! :)

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    Risposte
    1. Pure io sono d'accordo con la Haynes per i parametri che dovrebbero determinare la scelta di un libro vincente. In ogni caso, mi incuriosirebbe sentire anche il parere di qualche giudice italiano, per capire se nei nostri premi letterari vengono adottati principi simili o meno.
      Hai ragione per quanto riguarda la lettura magari "forzata" di chi lo fa per mestiere. Io ragionavo da esterna, ovviamente, che, ora come ora, non si stanca di leggere. Ma sotto pressione, forse, sarebbe tutto un altro discorso... ;-)

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