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L'insostenibile pesantezza delle 19.30

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931
Anche un orologio fermo segna l'ora giusta. Due volte al giorno.
Herman Hesse

Le abitudini, secondo me, sono tali perché decidiamo di scandire le ore del giorno con determinate azioni.
Ogni giorno ci sono sempre le stesse ore e, per le stesse ore, le stesse azioni.

Le abitudini danno sicurezza. Tanto è vero che quando si cambia casa, città, ambiente, nazione o continente - addirittura! - i primi periodi sono scombinati proprio perché si perdono le proprie abitudini.
Il tempo di crearsene di nuove, e tutto pare ritornare su binari sicuri.

Io credo di avere poche abitudini, eppure qualcosa me la porto dietro dappertutto.
Alle 19.30 di ogni giorno - che sia primavera, estate, autunno o inverno - mi cala addosso una pesantezza dell'essere che, a confronto, la cotta di maglia ferrata dei crociati era una maglietta intima Liabel di lana con cotone sulla pelle!

In realtà, non so spiegarvi se guardo l'ora e mi piomba addosso la coperta di noia o se è vero il contrario.
Fatto sta che, quando inizio a sentirmi quella nebbia nel cervello, guardo l'ora et voilà! Sono immancabilmente le 19.30...

La memoria della pesantezza è persistente e rammollisce il tempo.
Un po' come gli orologi molli di Dalì.

Forse anche lui aveva quella mollezza delle 19.30 che mi colpisce tutti i giorni.

Cerco di consolarmi così, dicendomi che questa mollezza chissà che non mi porti a creare qualche capolavoro...

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