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Inno d'amore a Torre del Greco


Sarà che quando si pensa intensamente ad una cosa, questa si cristallizza nella sua luce migliore e poi, una volta rivista dal vivo, hai voglia a lucidare, quella luce non ricompare.

Succede con le cose, con le persone e con i luoghi.
A me è successo con la mia città, Torre del Greco.

Per scrivere il vero, dovrei dire la mia amatissima città, ma chi mi conosce sa che non sarei la stessa senza le pietre nere di lava ancora aggrappate saldamente ai piedi dei palazzi, in alcune strade della città - e anche in alcuni punti della mia anima -, non sarei io senza i vicoli e vicarielli con i più fantasmagorici personaggi (realmente esistiti o ancora viventi!), non sarei quella che sono senza quelle parole della "lengua turrese" che all'improvviso mi saltano in mente e si intrufolano in un discorso cogliendo perfettamente il senso di quello che volevo dire e che volevo che gli altri capissero.

Nella mia mente, la città è impressa in una di quelle giornate di sole, come quelle che qua da noi capitano in ogni stagione, con quella luce presuntuosa e invadente che ti scuote dal torpore e ti costringe a guardare il cielo che, per l'occasione, si è messo un abito turchese meraviglioso.
E posso andare dovunque nel mondo, ma capiterà sempre un momento non controllato in cui la mia mente, zac!, ci piazza quell'immagine, quei colori, quella luce. E penso quasi che riesco a godere di giornate così, in qualsiasi posto del mondo, solo perché la mia città mi ha insegnato a goderne.

Mancavo da qualche mese da Torre - che come ogni madre-matrigna ama e odia i suoi figli e se li stringe al petto per poi allontanarli con uno spintone - e, per tutto il tempo, non ho fatto altro che lucidare quell'immagine, saturare ancora di più gli azzurri per provocarmi ogni volta una nuova emozione.

Sono arrivata nel primo pomeriggio e quell'aria particolare della controra - che è controra in ogni stagione dell'anno, ma forse in estate di più, non so... - la città mi ha ridato aria ai polmoni.
Un'aria intrisa di quell'odore particolare che non saprei spiegare, ma che riconosco benissimo e forse lo saprei riconoscere tra mille. E sono stata a bearmi di questa dolcezza, di questa accoglienza fatta di poco, giusto un sorriso di tramonto rosa dal balcone di casa mia, che dentro di me è stato come un'esplosione.


Sono stata a bearmi fino al giorno dopo.
Prima o poi sarei dovuta scendere di casa e quindi, anima e coraggio, mi sono lanciata.
Dopo un primo momento di panico - tutto mentre non rientravo nel mio mood torrese, poi è passato - perché un paio di automobili stavano per investirmi sulle strisce pedonali, ho alzato gli occhi e, come in una pellicola che improvvisamente prende fuoco, i colori della mia immagine sono ingrigiti, fino a sparire.

Al loro posto, ho visto insegne nuove al posto di quelle vecchie, storiche.
Ho visto più negozi di scommesse e di sigarette elettroniche di quanto credessi possibile, molti più bar e poi tanti ma tanti negozi di cose da mangiare. Un'invasione.

Mi ha fatto riflettere la saracinesca chiusa di un'agenzia di viaggi, sfregiata da graffiti senza senso.
Torre del Greco è diventata una città che resta.

Da città marinara, dove le coralline partivano per mesi con i nostri uomini a bordo in cerca dell'oro rosso, a città che non viaggia.
Che mangia.
Che si appesantisce.
Che scommette.
Che punta tutto sul caso e non sul lavoro.
Che fuma fumo nero e non guarda le nuvole di panna che ha sulla testa.

Una città che distrugge e non costruisce.
Che sbeffeggia la saracinesca che si chiude perché è troppo pesante tenerla su, mantenerla aperta con niente.

L'amore per Torre del Greco è di quelli che sopporta le delusioni, i litigi, pure qualche schiaffo se poi è seguito da quei baci che si fermano gli orologi.

E nel mio cuore l'orologio era fermo a quell'immagine di colori palpitanti.
Ora il cuore è un po' ammaccato, ma va avanti.

L'amore resta lì, anche se messo a dura, durissima prova.

Casa mia...

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