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Con il Diavolo in Paradiso di Mia Mesty


L’ossimoro è una figura retorica che accosta due termini opposti tra di loro o, addirittura, di senso contrario. È esattamente questo che avviene nel titolo del libro “Con il Diavolo in Paradiso (Dodo)”, l’esordio letterario di Mia Mesty, edito dalla casa editrice Carabba.

In realtà, l’ossimoro non risiede solo nel titolo, ma in tutta la storia narrata dall'autrice, che firma con uno pseudonimo quello che ha tutti gli indizi per essere un diario dell’anima.
In ogni capitolo ricorre il colore bianco, ma è un bianco diverso da come siamo abituati ad intenderlo di solito: è un bianco come il nero, come lo intendono tutte le culture orientali, dove non simboleggia la pace e la tranquillità, ma, al contrario, è un colore oscuro e mortifero, segno di infelicità e lutto.
E nella vita della protagonista, Alessia, c’è tutto questo: infelicità, dolore, oscurità e morte, mescolati in una trama da cui è difficile districarsi, così come lei non riesce a districarsi dalla sua vita, come quando si rimane impigliati nelle lenzuola al risveglio da un incubo. Ma Alessia non si risveglia dai suoi incubi, li combatte ad occhi aperti perché, nonostante tutto quel bianco accecante, nonostante tutto quel dolore, quello che vince è sempre e solo la vita.

Così, il bianco diventa anche simbolo di luce, speranza, vita.

Alessia lotta e va avanti, pur portando nel corpo e nell’anima le cicatrici delle tante battaglie, ma mai paga, mai arresa, mai sconfitta. 
E mentre leggete questo libro, vi ritroverete a lottare anche voi per le battaglie della protagonista, certo, ma anche per le vostre, quelle che si sono sedimentate in fondo al cuore, e guarderete le piccole e grandi ferite che si sono più o meno cicatrizzate e non le troverete più così orribili.

“Con il Diavolo in Paradiso (Dodo)” commuove fino alle lacrime per la tenerezza dell’incontro di due bambini, orfani entrambi e vittime della crudeltà della vita che può essere ripagata solo con l’amore più profondo, laddove l’unica presenza costante di tutto il libro è l’assenza che la protagonista riempie prendendo in sé e con sé il dolore di altri esseri che incontra lungo la strada.

Mia Mesty ci mostra prima le cicatrici e poi ci racconta i dolori che le hanno provocate e, non temete, tutte le domande che potrete immaginare, avranno una risposta, dovete solo avere la pazienza di aspettare e andare avanti.

Un esordio come questo ricorda atmosfere tipiche di Margaret Mazzantini – che, curiosamente, ha un nome tutto in M come Mia Mesty – e chissà che anche per questa enigmatica autrice non ci sia lo stesso radioso futuro all’orizzonte. Di certo, ci sono tutti i presupposti per poter parlare di un libro che, arrivati all’ultima pagina, vi lascia un bagaglio di riflessioni che difficilmente vorrete lasciare andare.


P.S.: Lascio a voi il piacere di scoprire il Dodo del titolo chi è e che ruolo ha nella storia...

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