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L'elefante nel salotto di Andrea Fiorenza


Quanto è facile capire di avere un elefante nel salotto? Si è portati a rispondere: a prima vista, che domande!
Ma non è così scontato. Non sottovalutate la capacità di un elefante di nascondersi molto bene.

Andrea Fiorenza nel suo “L’elefante nel salotto” (Fernandel editore) ci spiega – anche senza alcun tono didattico – che possiamo guardare quante volte vogliamo, ma ci sono cose che non riusciremo mai a vedere.
Il romanzo – il primo dell’autore già noto per aver pubblicato Ansia. 99 stratagemmi per liberarsene rapidamente e Quando l’amore non basta per la Rizzoli – racconta in prima persona un pezzo della vita di Tommi, un diciassettenne che si atteggia a Bukowski insieme ad un gruppetto di amici con cui condivide alcol e droghe più o meno pesanti.

Fiorenza dà in dotazione a Tommi tutta una serie di atteggiamenti comuni a molti ragazzi che hanno diciassette anni in questi anni qua, di tv, di internet, di indifferenza e insofferenza. È per questo che Tommi ascolta poco quello che dicono i genitori, ma ascolta ancora meno tutto il resto, compresa la sua testa e il suo corpo.
Del resto, porta in sé il germe di ex sessantottini che hanno visto fallire i propri ideali di partenza e si sono trovati convertiti quasi senza volerlo ad una quotidianità che prima era la loro fondamentale nemica.
Erano quelli che urlavano slogan contro le istituzioni soffocanti e ora sono immersi nel più assoluto silenzio, ciechi di fronte ad una realtà che non rispecchia le loro lotte rivelatesi attacchi contro i mulini al vento.

Ed è nel silenzio della sua casa dove ci sono più porte chiuse che aperture al dialogo, che Tommi inizia a porsi delle domande: “Cosa si può diventare? Oltre una certa linea di confine, cosa si può diventare?”.
La lenta presa di coscienza lo porta a riflessioni amare.
In questi anni mi sono convinto che la vita familiare e quella sociale si sono semplicemente fuse. Io e tutti quelli della mia età possiamo fare quello che più ci piace, bere smodatamente e drogarci a più non posso, senza che nessuno, a quanto pare, ci faccia caso. Spesso in certe cene si può bere insieme con gli adulti, all'insegna di una vita moderna. Gli affanni delle famiglie e della società, almeno così mi sembra, sono volti semplicemente ad affrontare la prossima crisi, e anzi, in un certo senso affrontare crisi è diventato lo stile di vita di tutti. A pochi interessa sapere cosa c’è sotto, e non manca mai qualcuno che ci giudichi semplicemente come giovani pieni di rabbia, rabbia contro i genitori per qualcosa che non possono darci. E noi, che ci sentiamo lasciati soli, abbandonati, ci facciamo tutto il male possibile, procurando dolori e sofferenze anche agli altri, ma in realtà vorremmo essere fermati. Abbiamo disperatamente bisogno gli uni degli altri. 
Tommi e i suoi amici imboccano una china pericolosamente discendente prima che il ragazzo si accorga che deve iniziare a risalire. Da solo, lasciandosi dietro tutti quei pesi che lo mandavano a fondo, cercando di trovare appigli per riprendere in mano la propria vita e rimetterla in carreggiata.

Un sentimento molto simile all’amore fa capolino anche nella sua vita in cui, fino a quel momento, si era posto come unico obiettivo quello di “inseguire il desiderio di poter vivere per sempre dentro questa bolla di rilassatezza morale”: Francesca lo vede in uno dei suoi momenti peggiori e non scappa e per Tommi è la conferma che ci può essere ancora qualcosa di bello nella sua vita.
Smette tutto ad un tratto di portare avanti l’attenta opera di autodistruzione in cui si è impegnato fino a quel momento e inizia a pensare alla sua vita, piuttosto che alla sua morte che ha sempre trovato più affascinante:
È strano, ma per quanto io abbia sempre giudicato la mia vita una cosa da poco, e non ho mai avuto un’opinione precisa su ciò che potevo fare per renderla migliore, sulla mia morte invece, be’, su quella ho sempre fantasticato.
E la vita, quando apri gli occhi, si mostra nel suo aspetto, peggiore anche di quello che avevi immaginato negli incubi più brutti. Proprio allora Tommi vede l’elefante nel salotto e capisce che si deve salvare da solo, perché i genitori non si sono accorti di niente.
Deve salvarsi perché non sopporta più di farla franca, deve mettere radici, almeno dentro se stesso:
Ma si devono per forza mettere, le radici, mi sono chiesto, o si può vivere anche senza? Non sono riuscito a rispondermi. Dev'essere una cosa che si sente con la pancia e ti prende quando a un certo punto della vita sei stanco, solo e preoccupato. Se sei indaffarato, questa cosa della ricerca delle radici, secondo me, non la percepisci proprio.
Andrea Fiorenza è uno psicoterapeuta che da anni lavora a contatto con gli adolescenti e ne “L’elefante nel salotto” mi pare di cogliere lo sgomento che a tratti coglie gli adulti quando si trovano di fronte agli immensi baratri che i ragazzi sanno creare dentro se stessi. Un visione che lascia senza fiato ma da cui si può ripartire per ricostruire un futuro che sappia vedere gli elefanti che stazionano anche nei migliori salotti e comprendere da dove sono entrati.

Stasera alle 18, al Caffè Letterario di Roma, Andrea Fiorenza insieme a Gianni Rivera presenta il suo primo romanzo.

“L’elefante nel salotto” è un libro che dovremmo leggere un po’ tutti, anche se non siamo ancora genitori di adolescenti. Perché, in fondo, dentro di noi c’è sempre un seme di adolescenza che non abbiamo ancora capito.

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